Milano - “Non avevo intenzione di uccidere. Ho sparato perché avevo paura”. Sarebbero queste le parole ribadite oggi al suo difensore, l’avvocato Piero Porciani, dall’assistente capo della Polizia Carmelo Cinturrino, accusato di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, il presunto pusher di 28 anni ucciso da un colpo alla testa durante un’operazione antispaccio il 26 gennaio a Rogoredo, periferia di Milano.

Nelle scorse ore Cinturrino si è incontrato con il legale, in seguito agli interrogatori dei colleghi presenti sul luogo della sparatoria, ora indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Nel corso del colloquio, secondo quanto emerge, non si è discusso della pistola a salve trovata accanto alla vittima. Per la Procura, l’arma sarebbe stata collocata lì dopo il decesso di Mansouri, mentre Cinturrino sostiene che il ventottenne gli avrebbe puntato contro un’arma, provocando la sua reazione.

L’assistente capo ha inoltre negato qualsiasi rapporto con gli spacciatori della zona, respingendo le ricostruzioni emerse dai verbali dei colleghi. Alcuni agenti hanno fornito nuove dichiarazioni, ritornando su quanto detto in precedenza e offrendo un quadro più ampio della vicenda, evidenziando una presunta gestione poco trasparente da parte di Cinturrino delle operazioni affidategli. Tra questi, una collega difesa dall’avvocato Massimo Pellicciotta e un agente che si trovava alle spalle di Cinturrino, assistito dall’avvocato Matteo Cherubini, hanno chiarito la propria posizione.

La Procura ha chiesto conto a Cinturrino dei suoi movimenti prima e dopo il ferimento di Mansouri, in particolare del fatto che si sia recato in commissariato subito dopo la sparatoria. Dubbi fondamentali riguardano la pistola a salve trovata accanto al cadavere: quasi certamente la vittima non l’ha impugnata, come dimostrerebbe l’assenza di impronte digitali, e qualcuno l’avrebbe sistemata sul posto per depistare le indagini.

Dubbi sorgono anche sulla chiamata ai soccorsi, partita oltre venti minuti dopo la sparatoria. Gli agenti interrogati hanno affermato di non aver avuto responsabilità sulla gestione dell’intervento, descrivendo Cinturrino come un collega “fanatico” nel gestire in modo opaco alcune operazioni.

Commentando la vicenda, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato: “Sono compiaciuto che la Polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di chiarire anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà”.