Rogo in via Cantoni a Milano: chiesto l’ergastolo per tre imputati. “Omicidio volontario plurimo”
Milano , 15 aprile 2026 – Tre richieste di ergastolo con sei mesi di isolamento diurno. È la pena sollecitata dal pubblico ministero di Mil...
Milano, 15 aprile 2026 – Tre richieste di ergastolo con sei mesi di isolamento diurno. È la pena sollecitata dal pubblico ministero di Milano Luigi Luzi nei confronti dei tre imputati coinvolti nell’inchiesta sul rogo divampato il 12 settembre 2024 in un magazzino-showroom di via Cantoni, in cui morirono tre giovani cittadini cinesi.
Davanti alla Corte d’Assise di Milano, presieduta dai giudici Antonella Bertoja e Sofia Fioretta, si è aperta la fase conclusiva di un processo che ricostruisce una vicenda segnata da un incendio doloso con esiti mortali e da un presunto movente legato a debiti e rapporti economici deteriorati.
Le vittime intrappolate nel sonno
Nel rogo persero la vita Pan An, 24 anni, Yinjie Liu, 17 anni, e Yindan Dong, 18 anni, fratello e sorella. I tre si trovavano all’interno del magazzino-showroom di arredamenti come ospiti e, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, furono sorpresi nel sonno dall’incendio.
Le fiamme si sarebbero propagate rapidamente nella struttura situata in via Ermenegildo Cantoni 3, nella zona di Certosa, alla periferia nord-ovest di Milano. Le vittime avrebbero tentato di mettersi in salvo senza riuscire a trovare una via d’uscita.
L’inchiesta e gli imputati
L’indagine, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo, ha portato all’arresto nel dicembre 2024 di tre persone: Washi Laroo, 27 anni, indicato come presunto esecutore materiale, e i due presunti mandanti Yijie Yao e Bing Zhou.
Laroo è stato successivamente estradato dai Paesi Bassi in esecuzione di un mandato d’arresto europeo.
Le accuse contestate comprendono omicidio volontario plurimo aggravato dal nesso teleologico, incendio doloso e tentata estorsione, oltre a reati connessi allo spaccio di sostanze stupefacenti emersi nel corso delle perquisizioni.
Il movente e le ricostruzioni
Secondo l’impostazione accusatoria, all’origine del rogo vi sarebbe un debito di circa 40mila euro legato a rapporti economici tra le parti coinvolte. L’incendio sarebbe stato appiccato con l’obiettivo di esercitare pressione sul proprietario del magazzino.
Le intercettazioni acquisite nel corso delle indagini hanno avuto un ruolo centrale nella ricostruzione dei fatti e delle responsabilità, secondo quanto illustrato dal pubblico ministero in aula.
Le dichiarazioni in tribunale
Nel corso del dibattimento, il titolare dello showroom ha riferito di aver ricevuto una telefonata la sera dell’incendio, durante la quale uno degli ospiti avrebbe segnalato la presenza delle fiamme e la difficoltà a fuggire.
Il presunto esecutore materiale, con dichiarazioni spontanee, ha negato ogni responsabilità, sostenendo di non aver appiccato l’incendio. Gli altri imputati, invece, hanno cercato di attribuire a lui l’esecuzione materiale del rogo.
La prossima udienza è fissata per il 27 aprile, quando prenderanno la parola le difese.
