Alessio Pizzicannella ci racconta il suo nuovo romanzo ''E lui sarà Levon''
È in libreria e negli store digitali “E lui sarà Levon'', il nuovo romanzo del fotografo, sceneggiatore e autore Alessio Pizzicannella edi...
È in libreria e negli store digitali “E lui sarà Levon'', il nuovo romanzo del fotografo, sceneggiatore e autore Alessio Pizzicannella edito da Jasa Edizioni (256 pagine – 18,00 euro).
Un romanzo corale che esplora i temi della fede, della ricerca di sé, del potere e della disuguaglianza, mostrando come la società contemporanea abbia trasformato la spiritualità e la ricerca di senso in merce e strumento di autopromozione.
Ambientato a Los Angeles — città di contrasti estremi, dove convive chi cerca la purezza e chi si consuma nella dipendenza — il libro racconta una realtà in cui i privilegi dei pochi prevalgono sui bisogni dei molti. Le storie dei protagonisti si intrecciano tra desiderio di riscatto e lotta per la sopravvivenza, tra fede e disperazione, tra sogni e fallimenti.
Los Angeles diventa così metafora del nostro tempo: un luogo dove tutto — ideali, corpi, speranze — finisce per bruciare, mentre ciascuno tenta di salvarsi dal proprio incendio. Il progetto nasce come sceneggiatura, selezionata al Sundance e all’Austin Film Festival, per trovare oggi la sua forma definitiva nel romanzo.
Hai fotografato grandi icone della musica internazionale. Quanto queste esperienze hanno influenzato la scrittura del romanzo?
Direi che non l’hanno influenzata in modo diretto. Quello che mi ha influenzato, piuttosto, è l’esperienza umana di stare accanto a persone che, in un modo o nell’altro, hanno deciso di mettersi in gioco. È sempre una posizione vulnerabile quella di chi si alza in piedi e dice la sua, proponendo una qualsiasi forma di espressione artistica. Vedere da vicino come convivono fragilità e potere, lucidità e caos, autenticità e performance, e non solo negli artisti ma anche in chi lavora dietro le quinte, è stato fondamentale. Ho avuto modo di condividere pasti con alcuni dei produttori più importanti della storia della musica, persone che lavorano lontano dai riflettori, incontri che ti aprono la mente. La scrittura nasce da lì, dall’osservazione delle contraddizioni umane più che dalla memoria di incontri celebri, dal cercare di cogliere ciò che una persona mostra e ciò che, inevitabilmente, trattiene. Semmai, il viaggiare per fotografare artisti in giro per il mondo, e in questo caso negli Stati Uniti, mi ha permesso di conoscere bene quella cultura e di poterla raccontare in questo romanzo.
Eventi storici come il Live 8 o il primo Coachella hanno fornito spunti per il romanzo? In che modo?
Più che spunti diretti, mi hanno offerto una consapevolezza: quegli eventi sono stati momenti in cui si è vista chiaramente la fusione tra musica, spettacolo, attivismo, identità collettiva e narrazione. Live 8, per esempio, è stato un evento in cui la musica si è caricata di un senso “salvifico”, quasi messianico, e allo stesso tempo di una spettacolarità enorme. Coachella, soprattutto agli inizi, mostrava un altro aspetto: la nascita di un’estetica culturale che poi sarebbe diventata globale. Nel romanzo non parlo di questi eventi, ma l’idea che lo spettacolo possa diventare una forma di racconto collettivo, e allo stesso tempo un modo per mercificare le emozioni, nasce anche dall’aver visto quei momenti da vicino. Sono eventi che ti fanno capire quanto sia sottile il confine tra espressione autentica e costruzione dell’immagine. Più che ispirare delle scene, hanno affinato il mio modo di leggere il rapporto tra individuo, massa e rappresentazione.
La tua esperienza nel catturare dietro le quinte della musica ha cambiato il tuo modo di osservare la società?
Sì, ma non perché il backstage sia un luogo speciale. È semplicemente un microcosmo dove la pressione è molto alta, e sotto pressione le persone si mostrano diversamente. Nel backstage ho visto fragilità, stanchezza, ansia, entusiasmo, paure minuscole e poteri enormi. Ho visto come il successo possa trasformare alcune persone e come, su altre, non abbia alcun effetto. E ho visto come tutti, senza eccezione, cerchino un modo di stare al mondo che sia sostenibile per loro. Questa esperienza mi ha insegnato a non fidarmi troppo delle superfici, a non credere che l’immagine racconti davvero la persona. E questo non riguarda solo la musica: è un’ottima lente per osservare la società intera, dove tutti, consapevoli o no, mettiamo in scena una versione di noi stessi. Il romanzo nasce anche da questa consapevolezza: che dietro ogni immagine c’è una tensione, un conflitto, un inciampo, e che a volte basta poco per vederlo.
Se dovessi scegliere un artista o un evento musicale che rappresenta “Lo spirito di Levon”, quale sarebbe e perché?
Più che un artista o un evento specifico, direi che “lo spirito di Levon” appartiene a quei momenti musicali in cui convivono due forze opposte, una grande energia collettiva e una grande fragilità individuale. Non penso a un concerto perfetto, ma a quando la musica apre una crepa invece di chiuderla. Se proprio dovessi scegliere un riferimento, forse penserei a Glastonbury, almeno quando l’ho frequentato io a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, quando era ancora un luogo dove si cercava un’appartenenza, una liberazione, e la musica era quasi secondaria. C’era qualcosa di ingenuo, di disordinato, la stessa tensione che attraversa E lui sarà Levon. Lo spirito di Levon non sta nella perfezione, ma in ciò che vibra quando una struttura si incrina. È lì che, secondo me, si rivela qualcosa di vero.
