Intervista a Daniele Follero: in libreria “Rock & Cinema”: “70 anni di colonne sonore, film concerto, documentari, biopic”
E' in libreria e negli store digitali “Rock & Cinema - 70 anni di colonne sonore, film concerto, documentari, biopic”, il nuovo libro di Fra...
E' in libreria e negli store digitali “Rock & Cinema - 70 anni di colonne sonore, film concerto, documentari, biopic”, il nuovo libro di Franco Dassisti e Daniele Follero, edito da Hoepli.
Il volume, che fa parte della collana di musica Hoepli a cura di Ezio Guaitamacchi, si propone di raccontare la storia del rock attraverso i lungometraggi, le colonne sonore, i film-concerto e i documentari che meglio l’hanno rappresentata negli ultimi settant’anni, scandendone i momenti fondamentali attraverso il trasferimento di sensazioni ed emozioni mediante suoni e immagini. La storia è sempre frutto di selezioni, punti di vista, percorsi, approcci, che giustificano determinate scelte, e questa è la nostra storia.
Gli autori: Franco Dassisti è giornalista professionista, critico cinematografico e biografo musicale. Dal 1999 conduce il settimanale di cinema di Radio24 “La rosa purpurea”. Più volte inviato ai principali festival cinematografici, è direttore artistico di Garda Cinema Film Festival e curatore della programmazione del cinema Martinitt di Milano. Per Hoepli ha pubblicato con M. Iossa “Swinging 60s - musica, cinema, moda, arte e cultura della Londra degli anni Sessanta” (2024).
Daniele Follero è giornalista musicale e storico del rock, collabora con la rivista Rockerilla dal 2009, anno di uscita del saggio “Concept Album” (Odoya) seguito da “Le maschere del rock” (Odoya, 2011) prima biografia in italiano sui Kiss. Per Hoepli ha pubblicato con D. Zoppo “Opera rock - La storia del concept album” (2018) e con L. Masperone “La storia di Hard Rock & Heavy Metal” (2021). In occasione del cinquantennale degli AC/DC ha tradotto la biografia di Paul Elliott (“AC/DC - Per sempre sulle autostrade del rock”, Hoepli, 2023). Puteolano migrante, vive, scrive, suona e insegna sotto le due Torri.
Daniele, raccontare il rock attraverso i film che lo hanno rappresentato. Un’idea interessante e diversa dal solito. Ce la racconti.
Da quando, nel '55, il brano di Bill Haley “Rock Around the Clock” irrompeva nelle sale cinematografiche grazie al film “Blackboard Jungle”, scatenando la voglia di ballare del pubblico di giovanissimi, il rock'n'roll è entrato di diritto nel mondo del cinema. Inizialmente come oggetto misterioso (e pericoloso), da maneggiare con cura. Poi come protagonista. Il cinema rock, che mette al centro la musica, si sviluppa come strumento per metà promozionale, per metà artistico. Almeno fino alla nascita del videoclip, che rivoluziona il modo di promuovere la popular music e, di conseguenza, modifica la funzione di film e documentari. Nell'arco di settant'anni, i film rock hanno attraversato diverse generazioni, segnando l'immaginario di giovani e meno giovani. Una storia lunga, che chiedeva di essere raccontata. La scarsa bibliografia, sbilanciata dal punto di vista del cinema e, tranne rari casi, votata all'elencazione enciclopedica o alla logica del “greatest hits”, ha contribuito a rafforzare la nostra motivazione a portare avanti il progetto.
Durante la scrittura del libro, avete scoperto qualche aneddoto di cui non conoscevate l’esistenza?
Certo! Scrivere un libro così richiede accurate ricerche ed è l'occasione per andare in profondità, scoprendo dinamiche di cui si ha soltanto una conoscenza superficiale. Di aneddoti, noti e meno noti, il cinema rock è pieno. E anche questo libro. Chi conosce, ad esempio, la storia dell'incontro tra Nixon e Elvis? Io ne avevo sentito parlare, ma non sapevo ne avessero tratto ben due film. Per non parlare dei Beatles sul set di Help! o delle idee visionarie di Frank Zappa e dei conseguenti problemi con i produttori. L'aneddotica, del resto, è parte integrante dell'immaginario rock, contribuisce alla creazione del suo universo.
In che modo il linguaggio cinematografico ha modificato l’immaginario rock?
Il cinema ha rappresentato, per il rock, soprattutto nei primi decenni, fino agli anni '80, un potente strumento promozionale. Per i fan di Elvis e Beatles il film è la più importante occasione di passare del tempo con i propri “idoli”, mentre il rockumentary e il film-concerto nascono dall'esigenza di riproporre l'esperienza del live ad un pubblico più ampio. Grazie a “Woodstock” di Wadleigh, ad esempio, il mondo ha potuto farsi un'idea di cosa fosse accaduto al Festival. Con l'esplosione del videoclip, la comunicazione e la promozione musicale si trasformano. Produrre un video è più economico, veloce e garantisce un effetto diretto sull'ascoltatore, essendo riproducibile in “heavy rotation”. I registi si gettano a capofitto nel nuovo (e decisamente più redditizio) business e vengono influenzati dalle tecniche del videoclip. Nei lavori di Julien Temple o David Mallet questa contaminazione è molto evidente. Da quel momento, il film rock cessa di essere strumento promozionale per diventare una sorta di “genere” a sé, sempre più autoreferenziale, come dimostra la recente moda del biopic.
La fatidica domanda: il rock è morto?
Domandona! Dal punto di vista creativo, il rock (ma il discorso potrebbe valere anche per il cinema rock) , inteso come rock “classico”, in quanto genere a sé, nato dal rock'n'roll e che ha raggiunto il suo picco creativo tra la metà degli anni '60 e l'inizio dei '70, è andato via via estinguendosi. Tuttavia, se si accetta l'idea che, a partire dalla New Wave, il rock sia andato oltre i riferimenti tradizionali, contaminandoli con i nuovi stimoli provenienti dalla società, è difficile che si possa ritenere morto. E' anche vero, però, che molti adolescenti, oggi, si avvicinano alle nuove realtà del rock e del metal attraverso band come Doors, Nirvana, Metallica e Iron Maiden, segno che nel rock, ormai, il Pantheon di divinità è ben definito. Ed è materia di biopic.


