Vanessa Lapolli Medeiros: ''La mia storia come strumento per aiutare altre donne a non sentirsi sole''
MILANO - Vanessa Lapolli Medeiros, italo brasiliana, è una giornalista, attivista per i diritti delle donne e ambasciatrice del progetto Bin...
MILANO - Vanessa Lapolli Medeiros, italo brasiliana, è una giornalista, attivista per i diritti delle donne e ambasciatrice del progetto Binario Uno contro la Violenza.
Binario Uno porta avanti attività di prevenzione e sensibilizzazione, con particolare attenzione ai ragazzi e alle scuole: attraverso incontri, testimonianze e laboratori, li coinvolge nella comprensione dei segnali di violenza, nel rispetto delle relazioni e nella promozione di una cultura dell’empatia, dell’ascolto e della non violenza. L’obiettivo è formare giovani più consapevoli, capaci di riconoscere situazioni a rischio e di rompere il silenzio.
Inoltre, Vanessa organizza conferenze e momenti di sensibilizzazione in Europa in collaborazione con istituzioni, consolati, ambasciate, associazioni e personaggi famosi, portando testimonianze e strumenti utili per riconoscere la violenza e chiedere aiuto.
Cosa l’ha portata a occuparsi di violenza contro le donne?
Ho iniziato a occuparmi di violenza contro le donne perché ho vissuto, fin dall’infanzia, diverse forme di violenza. Quelle esperienze hanno lasciato ferite profonde, ma nel tempo ho fatto un percorso di consapevolezza e di superamento dei traumi che mi ha permesso di ricostruirmi e di rinascere. Proprio da quella rinascita è nata la consapevolezza che ciò che avevo attraversato non poteva restare solo una vicenda privata. Ho capito che la mia storia poteva diventare uno strumento per aiutare altre donne a riconoscersi, a non sentirsi sole e a capire che uscire dalla violenza è possibile. Non come un messaggio astratto, ma come un esempio concreto. Se ce l’ho fatta io, possono farcela anche altre. Oggi sento questo impegno come una vera chiamata per la mia vita, qualcosa che non posso e non voglio ignorare. Accompagnare le donne verso percorsi di libertà è diventato parte integrante di ciò che sono e di ciò che scelgo di fare ogni giorno.
Quanto pesano stereotipi e pregiudizi nel modo in cui i media italiani trattano la violenza di genere?
Pesano ancora troppo. Nonostante passi avanti evidenti, il racconto mediatico della violenza di genere spesso scivola nella semplificazione, nel sensazionalismo o nella ricerca di una “spiegazione emotiva” che rischia di spostare l’attenzione dal reato alla vittima. Termini impropri, dettagli inutili sulla vita privata delle donne o narrazioni che parlano di “raptus” contribuiscono a normalizzare la violenza invece di contestualizzarla come fenomeno strutturale e culturale. I media hanno una responsabilità enorme perché possono rafforzare gli stereotipi oppure smontarli, e questo fa una differenza reale nella percezione collettiva e nella prevenzione.
Come valuta l’azione delle istituzioni italiane su questo tema?
Negli ultimi anni e recentemente le istituzioni italiane hanno mostrato una maggiore attenzione e una volontà più chiara di intervenire, soprattutto sul piano normativo. Tuttavia, il problema resta spesso nella distanza tra le leggi e la loro applicazione concreta. Le risposte non sono sempre tempestive, omogenee sul territorio o integrate tra loro. La violenza di genere richiede un approccio continuo e multidisciplinare e non può essere affrontata solo dopo che si è verificata, ma deve essere prevenuta con politiche educative, formazione e protezione reale delle vittime.
Cosa servirebbe per migliorare la collaborazione tra forze dell’ordine, centri antiviolenza e scuole?
Serve prima di tutto una visione comune. Forze dell’ordine, centri antiviolenza e scuole non dovrebbero agire come compartimenti separati, ma come parti di una stessa rete. È fondamentale investire nella formazione costante di chi intercetta per primo il disagio, condividere protocolli chiari e creare canali di comunicazione stabili. Le scuole, in particolare, sono un presidio cruciale perché è lì che si costruisce il linguaggio del rispetto, il riconoscimento dei segnali di violenza e l’educazione alle relazioni sane. Solo lavorando insieme, con continuità, si può passare dalla gestione dell’emergenza a una vera prevenzione.
