Busto Arsizio
, 18 gennaio 2026 – Un nuovo episodio di violenza scuote il carcere di Busto Arsizio. Sabato 17 gennaio, un agente della Polizia Penitenziaria è stato aggredito da un detenuto straniero, riportando una frattura al naso e una ferita alla testa. Solo l’intervento tempestivo dei colleghi ha evitato conseguenze più gravi.

L’agente ferito è stato trasportato immediatamente al Pronto soccorso, dove i sanitari hanno suturato la ferita con tre punti. La prognosi è di 20 giorni.

L’episodio ha riacceso le proteste dei sindacati, che denunciano un clima sempre più pericoloso all’interno degli istituti penitenziari, caratterizzato da un aumento delle aggressioni, dalla presenza di detenuti con disturbi psichiatrici e dalla carenza di strumenti adeguati per gli agenti.

Il Sappe, principale sindacato della Polizia Penitenziaria, chiede misure immediate, a partire dall’introduzione dello spray al peperoncino per gli agenti e da una riorganizzazione dei circuiti detentivi.

«Il personale è allo stremo e profondamente demotivato», afferma Alfonso Greco, segretario nazionale per la Lombardia del Sappe. «Gli agenti operano nelle sezioni detentive completamente disarmati, mentre le aggressioni hanno raggiunto livelli inaccettabili. Chi colpisce un appartenente alle forze dell’ordine attacca lo Stato».

Il sindacato sottolinea come lo spray al peperoncino sia uno strumento non violento, già in libera vendita per la difesa personale, e ritiene incomprensibile negarlo agli agenti che lavorano in prima linea.

Anche Donato Capece, segretario generale del Sappe, condanna l’aggressione e richiama l’attenzione sulle criticità strutturali del sistema penitenziario italiano, tra cui la presenza elevata di detenuti stranieri, l’aumento di soggetti con disturbi psichiatrici e le conseguenze della chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

«Servono risposte immediate e concrete», afferma Capece. «Il carcere di Busto Arsizio non può diventare un centro di smistamento per detenuti ingestibili. La Polizia Penitenziaria garantisce sicurezza, legalità e rieducazione dei detenuti, ma per farlo servono uomini, risorse e norme adeguate. Non bastano più le buone intenzioni: servono fatti».