Milano – Si è svolta questa mattina in tribunale l’udienza dell’incidente probatorio nell’ambito dell’inchiesta che vede imputato Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di Stato, accusato dell’omicidio di Abderrahim Mansouri, avvenuto la sera del 26 gennaio nel cosiddetto “boschetto della droga” di Rogoredo.

L’imputato è arrivato in aula scortato dalla Polizia penitenziaria. Davanti al pubblico ministero Giovanni Tarzia e al giudice Domenico Santoro sono stati ascoltati sei testimoni, tra cui tossicodipendenti e presunti pusher già sentiti nelle fasi investigative.

Le mosse della difesa

Prima dell’avvio delle audizioni, la difesa di Cinturrino ha comunicato al giudice di aver presentato una denuncia in cui si ipotizza l’esistenza di un’associazione per delinquere operante nell’area del boschetto di Rogoredo, composta anche da alcuni dei testimoni ascoltati in aula. È stata inoltre depositata una denuncia per presunte false dichiarazioni rese ai magistrati da parte degli stessi soggetti.

La ricostruzione dell’accusa

Secondo l’impostazione accusatoria, Cinturrino, 42 anni, assistente capo in servizio presso il commissariato di via Mecenate a Milano, avrebbe ucciso Mansouri durante un controllo antidroga, esplodendogli un colpo di pistola alla testa. L’episodio è avvenuto nel contesto di un’operazione nel noto mercato di spaccio del boschetto di Rogoredo.

L’agente aveva inizialmente sostenuto di aver reagito per legittima difesa, parlando della presenza di un’arma puntata contro di lui. Tuttavia, le indagini successive avrebbero delineato una dinamica diversa.

Le contestazioni degli inquirenti

Gli investigatori ritengono che l’arma indicata come utilizzata dalla vittima fosse in realtà una replica di una Beretta 92 e che Mansouri non fosse in possesso di alcuna pistola. Secondo questa ricostruzione, l’arma sarebbe stata collocata sulla scena solo in un secondo momento.

Agli atti risulta anche che lo stesso Cinturrino avrebbe ammesso di aver posizionato la pistola vicino al corpo della vittima dopo i fatti, temendo le conseguenze dell’accaduto. Un giovane collega sarebbe stato incaricato di recuperare la borsa contenente la replica, poi lasciata accanto al cadavere.

Alcuni testimoni, inizialmente allineati alla prima versione dell’indagato, avrebbero successivamente modificato le proprie dichiarazioni, confermando elementi diversi della dinamica ricostruita dagli inquirenti.

Il contesto dell’inchiesta

Il caso si inserisce nel più ampio contesto delle attività di contrasto allo spaccio nel boschetto di Rogoredo, area da anni al centro di operazioni di polizia per il traffico di sostanze stupefacenti e la presenza di persone tossicodipendenti.

L’udienza odierna rappresenta un passaggio chiave dell’incidente probatorio, finalizzato a cristallizzare le testimonianze in vista delle successive fasi processuali.