Una 42enne brianzola aveva scoperto un tumore al seno dopo un anno di attesa: il Tribunale ha riconosciuto il danno per il ritardo diagnostico

MONZA – Una mammografia aveva evidenziato un nodulo al seno, ma il controllo era stato fissato dopo un anno. Dodici mesi più tardi, nel marzo 2020, la massa era raddoppiata e gli accertamenti successivi avevano portato alla diagnosi di un carcinoma maligno, con la necessità di affrontare un percorso terapeutico fatto di mastectomia, chemioterapia e radioterapia.

Per il ritardo diagnostico che ha modificato profondamente la vita di una 42enne brianzola, il Tribunale civile di Monza ha condannato il medico che aveva eseguito la mammografia nel febbraio 2019 e la struttura sanitaria privata ligure presso cui il professionista operava al pagamento di un risarcimento danni di 104mila euro.

La donna si era sottoposta all’esame in Liguria perché lavorava come biologa presso l’Acquario di Genova, occupandosi delle vasche. A causa delle conseguenze della malattia aveva dovuto interrompere quell’attività lavorativa, anche se successivamente è stata dichiarata guarita.

Nel corso del procedimento, la struttura sanitaria privata aveva contestato ogni responsabilità, sostenendo che il medico operasse in regime di libera professione e che il contratto prevedesse l’obbligo per il professionista di stipulare una propria copertura assicurativa, escludendo la responsabilità della struttura salvo eventuali carenze organizzative o problemi alle apparecchiature.

Anche il medico aveva respinto le accuse, sostenendo che il nodulo mammario, già individuato durante una visita ginecologica nel gennaio 2019, non richiedesse un’immediata procedura invasiva come l’ago biopsia, ma soltanto un controllo mammografico con eventuale ecografia.

La giudice Maddalena Ciccone, dopo aver disposto una perizia medico-legale, ha però ritenuto fondate le contestazioni della paziente. Secondo la valutazione tecnica acquisita agli atti, “non completare l’indagine diagnostica è condotta omissiva, imprudente e negligente”, poiché la diagnosi di neoplasia maligna avrebbe potuto essere raggiunta con certezza già nel febbraio 2019.

La perizia ha inoltre evidenziato che, con una diagnosi tempestiva, l’intervento chirurgico avrebbe potuto avere carattere conservativo e meno invasivo rispetto alla mastectomia poi necessaria.

Il Tribunale ha quindi riconosciuto la responsabilità sia del medico sia della struttura sanitaria per un trattamento diagnostico ritenuto non correttamente eseguito, disponendo il risarcimento a favore della donna.