MILANO – Un anno dopo l’incidente che costò la vita al 25enne Matteo Barone, il poliziotto Giusto Chiacchio ha patteggiato una pena di 2 anni di reclusione per omicidio stradale, con pena sospesa e ritiro della patente per un anno.

La sentenza è stata pronunciata dalla gup del Tribunale di Milano Maria Idria Gurgo di Castelmenardo, che ha accolto la richiesta di patteggiamento concordata dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Giuseppe De Lalla, con la pm Grazia Colacicco.

L’incidente era avvenuto all’alba del 6 settembre 2025, in via Porpora, all’angolo con via Adelchi, a Milano. Chiacchio, che aveva la stessa età della vittima ed era libero dal servizio, aveva investito Barone mentre il giovane attraversava la strada sulle strisce pedonali. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il conducente non avrebbe dato la precedenza al pedone come previsto dal Codice della strada.

La pena era stata inizialmente quantificata in 4 anni e 6 mesi di reclusione, poi ridotta per il riconoscimento delle attenuanti generiche e per lo sconto previsto dal rito.

Dopo l’impatto, il poliziotto aveva chiamato i soccorsi ed era stato accompagnato in ospedale per gli accertamenti. Secondo quanto emerso, si sarebbe però allontanato dalla struttura, tornando sul luogo dell’incidente circa tre ore dopo. Era stato arrestato e successivamente scarcerato dal gip. Gli accertamenti avevano inoltre evidenziato una positività all’alcoltest, seppure a livelli non elevati.

Chiacchio ha inoltre in gran parte risarcito il danno ai familiari della vittima e si è assunto le proprie responsabilità.

La protesta della famiglia

Matteo Barone, originario di Poggibonsi, in provincia di Siena, viveva a Milano e coltivava il sogno di affermarsi nel mondo della musica.

«È vergognoso», è stato il commento della madre del giovane, riferito dal suo legale Domenico Musicco. La donna, secondo una nota, ha lasciato il Tribunale di Milano «visibilmente scossa» e amareggiata.

Musicco, presidente dell’associazione vittime incidenti stradali, ha definito la decisione «una triste pagina per la giustizia italiana», sostenendo che una pena di questo tipo non renda giustizia alla gravità del reato e non rappresenti, a suo giudizio, un adeguato segnale da parte dello Stato.

La difesa: «È la pena prevista dalla legge»

Di diverso avviso la difesa. «In casi come questi è difficilissimo parlare di una pena giusta. Soprattutto al cospetto del dolore dei familiari», ha spiegato l’avvocato De Lalla. «Esiste tuttavia una pena legale proposta dalla difesa, condivisa dal pm, ratificata dal gup. E così è stato».