''Il caso Cobain – Indagine su un suicidio sospetto" è il nuovo libro di Epìsch Porzioni, pubblicato da Il Castello nella collana Chinaski e disponibile in libreria dall'8 luglio.

A oltre trent'anni dalla morte di Kurt Cobain, storico leader dei Nirvana, il volume prende le mosse dalle conclusioni di una nuova indagine condotta da un team forense statunitense, che ha rimesso in discussione alcuni elementi della ricostruzione ufficiale del suicidio.

Accanto all'inchiesta sulla morte del musicista, il libro ripercorre la vicenda umana e artistica di Cobain. L'infanzia ad Aberdeen, segnata dal divorzio dei genitori, dall'instabilità familiare, dal senso di rifiuto, dal bullismo, dall'ADHD, dal trattamento con Ritalin, dalla depressione e dai primi contatti con le droghe, viene descritta come il contesto in cui si sviluppò la sua fragilità emotiva, senza però ridurre la sua storia a un'unica chiave interpretativa.

L'adolescenza, l'emarginazione, l'abuso di sostanze e la scoperta della musica come possibilità di riscatto conducono alla nascita dei Nirvana e al successo planetario di Nevermind, che trasformò Cobain nell'icona della generazione grunge, pur lasciandolo alle prese con il dolore cronico, la dipendenza dall'eroina e una pressione mediatica sempre più intensa.

Secondo Porzioni, molte delle fonti relative alla vita di Kurt Cobain e Courtney Love risultano contraddittorie, parziali o influenzate da interessi diversi. Per questo il libro mette costantemente a confronto ricostruzioni differenti, privilegiando un approccio documentale che invita il lettore a valutare criticamente le diverse versioni dei fatti, anziché accettarne una come definitiva. Approfondiamo il libro con con l'autore Episch Porzioni.


Com’è nata l’idea del libro?

L'idea è nata durante una delle tante conversazioni con FT Sandman, con cui conduco Rock is Dead su Radio Popolare. Inizialmente pensavo che il libro lo avrebbe scritto lui, ma per qualche ragione ha ritenuto che potessi essere io la persona giusta per farlo. Da lì è iniziato tutto.

Quanto è importante conoscere la storia personale di Cobain per comprendere gli ultimi anni della sua vita?

Credo sia fondamentale. Quando una vicenda si conclude in modo così tragico, conoscere almeno in parte il percorso umano della persona coinvolta aiuta a comprenderne la complessità. Nel caso di Kurt Cobain, l'infanzia difficile, il rapporto tormentato con la famiglia e la ricerca di una fuga dalla realtà attraverso le droghe rappresentano, a mio avviso, gli elementi che hanno contribuito a costruire il percorso che lo ha portato alla sua drammatica fine.

Nel libro racconta di una nuova indagine forense statunitense: quali sono gli aspetti più significativi emersi?

La nuova indagine forense è sicuramente interessante perché ripropone alcuni interrogativi su aspetti come la ferita, la quantità di sangue, la posizione del fucile e altri dettagli della scena della morte. Tuttavia, si tratta di questioni che erano già state ampiamente discusse negli anni. Per il libro ho chiesto chiarimenti anche ad alcuni patologi, soprattutto sulla questione della quantità di eroina presente nel sangue di Cobain, spesso indicata come incompatibile con la possibilità di impugnare l'arma. Il nuovo studio pone domande legittime, ma va anche detto che molte di queste avevano già trovato una risposta quando il caso era stato riesaminato come cold case.

Quali elementi della versione ufficiale meritano, secondo lei, un approfondimento senza per questo mettere in discussione il verdetto finale?

Per molto tempo ho pensato anch'io che la polizia di Seattle avesse condotto un'indagine superficiale. Inoltre, il fatto che Courtney Love avesse buoni rapporti con uno dei patologi e con uno dei detective coinvolti mi sembrava un elemento quantomeno sospetto. Col tempo, però, sono emersi moltissimi documenti che hanno ridimensionato questa impressione. L'indagine ufficiale, in realtà, è stata più approfondita di quanto spesso si racconti. Ho scoperto, ad esempio, che gli investigatori verificarono perfino i movimenti di denaro delle persone coinvolte, proprio per escludere l'ipotesi di un omicidio su commissione. Alla fine credo che ci siamo impegnati molto a cercare un mistero che, probabilmente, non c'è.

Che tipo di rapporto emerge tra Kurt Cobain e Courtney Love, al di là dell'immagine costruita dai media negli anni Novanta?

Al di là della narrazione romantica e del fascino che i media hanno costruito attorno alla coppia, emergono due ragazzi estremamente fragili, finiti dentro un meccanismo molto più grande di loro. Paradossalmente è stata proprio l'immagine pubblica che avevano contribuito a creare a ritorcersi contro di loro. L'idea che due giovani potessero cambiare da soli l'intera industria musicale è affascinante, ma racconta solo una parte della realtà.

Quanto hanno inciso le rispettive fragilità personali e le dipendenze sulla loro relazione?

Moltissimo. Nel libro cerco di sottolineare come si trattasse di due persone profondamente fragili, entrambe segnate da dipendenze e da esperienze familiari molto difficili. Le dipendenze vengono spesso raccontate con giudizi morali, mentre credo che vadano affrontate come una questione di salute che richiede cure e supporto. Entrambi hanno avuto un'infanzia complicata — e quella di Courtney Love è stata, se possibile, ancora più traumatica — ed entrambi sono rimasti intrappolati nell'eroina, una delle sostanze più devastanti mai diffuse. Se a questo aggiungiamo la pressione della fama, delle case discografiche e l'assedio costante dei media, è facile capire quanto tutto questo abbia inciso sulla loro relazione e sulle loro vite.


Lei descrive Courtney Love come una figura complessa e controversa. Quali aspetti della sua personalità l'hanno colpita maggiormente durante la ricerca?

Esiste un documentario ancora inedito, Antiheroine, in cui Courtney Love dice una frase che mi ha colpito molto: «Pensavo che diventare famosa avrebbe risolto tutti i problemi della mia vita, ma non è stato così». Credo che questa frase racconti molto della sua personalità. Ho sempre apprezzato il suo atteggiamento anticonformista e il rifiuto di scendere a compromessi, un po' meno la sua costante ricerca di visibilità. Però, considerando tutto quello che ha attraversato — e che nel libro ricostruisco passo dopo passo — trovo quasi sorprendente che sia ancora qui. E, da appassionato della sua musica, spero che prima o poi pubblichi un nuovo disco all'altezza dei suoi lavori migliori.

Quale riflessione spera rimanga al lettore una volta chiuso il libro?

Spero che il lettore si renda conto di come una semplice diceria possa trasformarsi, nel tempo, in una teoria del complotto capace di alimentarsi da sola. E di come, attorno alla morte di Kurt Cobain, molte persone abbiano costruito libri, documentari, conferenze e carriere. Ne sono consapevole: pubblicando un libro su questa vicenda mi sono inevitabilmente inserito anch'io in quella lunga fila. La differenza, almeno nelle mie intenzioni, è aver provato a separare i fatti dalle suggestioni e a raccontare una storia basandomi il più possibile sui documenti e sulle fonti disponibili.