L’uomo, fingendosi tatuatore, avrebbe attirato due giovani in un casolare nell’hinterland milanese, sequestrandole e abusando di loro. Riconosciuta una provvisionale di 25mila euro per ciascuna vittima

MILANO – Si erano conosciute in una comunità per ragazze con situazioni di fragilità e avevano costruito un rapporto di profonda amicizia. Una delle due, allora diciassettenne, desiderava tatuarsi sul braccio il nome dell’amica appena maggiorenne, come simbolo del loro legame.

Quel desiderio, però, si trasformò in un incubo quando le due giovani incontrarono, nella primavera dello scorso anno a Milano, un uomo che si presentò come tatuatore, promettendo di realizzare gratuitamente il tatuaggio.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, il presunto tatuatore le condusse invece in un casolare dell’hinterland milanese, dove le avrebbe sequestrate e minacciate con un coltello, puntandolo alla gola di una delle due, per poi abusare sessualmente di entrambe.

Per questi fatti il giudice dell’udienza preliminare di Milano Cristian Mariani ha condannato, con rito abbreviato, un 33enne tunisino a 10 anni di reclusione.

Il giudice ha inoltre disposto una provvisionale di 25mila euro per ciascuna delle due vittime, in attesa della quantificazione definitiva del risarcimento in sede civile.

L’imputato, arrestato in Spagna e successivamente trasferito nel carcere di San Vittore, dopo la lettura della sentenza ha protestato in aula e all’esterno dell’aula giudiziaria, contestando la severità della pena e affermando, in italiano e in arabo, che per lui quella condanna rappresentava “la morte”.

La pena inflitta è risultata inferiore di quattro anni rispetto a quella richiesta dalla pubblica accusa. Il giudice, pur accogliendo l’impianto accusatorio formulato dall’allora pubblico ministero Maurizio Ascione, oggi in servizio presso la Procura Europea, ha infatti effettuato una diversa valutazione delle aggravanti contestate. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 60 giorni.

I legali delle parti civili, gli avvocati Giuseppe Stancanelli e Andrea De Vincentis, hanno definito la decisione “una condanna doverosa per fatti odiosi”, sottolineando la coerenza e la concordanza delle dichiarazioni rese dalle due giovani nel corso delle indagini.