Record di temperatura, ondate di calore sempre più persistenti e uno zero termico arrivato fino a 4.500 metri. L’estate 2026 potrebbe non essere un’eccezione, ma un ulteriore segnale degli effetti del riscaldamento globale. A spiegarlo è Nicola Gelfi, ingegnere bresciano che si occupa di meteorologia dal 1994 e responsabile dell’osservatorio meteorologico dell’Istituto Pastori di Brescia.

La pioggia e i temporali degli ultimi giorni non rappresentano, secondo l’esperto, un’inversione di tendenza. «L’alta pressione ha iniziato a invecchiare, permettendo infiltrazioni di aria più umida e instabile in quota», spiega Gelfi. Questo favorisce la formazione di nubi a evoluzione diurna e temporali soprattutto in montagna, ma l’instabilità potrebbe estendersi anche alla pianura.

Temporali e calo delle temperature

Nei prossimi giorni la Lombardia potrebbe assistere a una temporanea attenuazione del caldo. «Andremo sotto i 35°C, martedì forse attorno ai 30°C», prevede Gelfi. Un peggioramento più significativo potrebbe arrivare tra giovedì e venerdì, con temporali più frequenti, localmente accompagnati da grandine e forti raffiche di vento.

Il passaggio perturbato dovrebbe determinare anche un calo più consistente delle temperature, con massime che potrebbero scendere sotto i 30 gradi.

«Le ondate di calore sono sempre più lunghe»

Secondo Gelfi, la sensazione di estati caratterizzate da periodi di caldo sempre più lunghi non è soltanto una percezione. «Queste sono le tendenze legate al riscaldamento globale: ondate di calore sempre più lunghe e intense, intervallate da pause più brevi con piogge di forte intensità».

L’estate 2026 potrebbe inoltre entrare nella storia climatica recente. Il bilancio definitivo sarà possibile soltanto al termine dell’estate meteorologica, il 31 agosto, ma a Brescia sono già stati registrati tre record mensili di caldo, a maggio, giugno e agosto.

Il dato più significativo risale al 6 agosto, quando la temperatura ha raggiunto i 39,4°C, superando il precedente record di 39,2°C registrato nel 2003. «Quell’anno è inarrivabile come media, ma tre record di caldo non erano mai capitati», sottolinea l’esperto.

«Potrebbero esserci estati anche peggiori del 2003»

Il 2003, considerato uno degli anni simbolo del caldo estremo in Europa, «è stato un campanello d’allarme ignorato», secondo Gelfi. Oggi, invece, le estati con temperature eccezionalmente elevate sembrano presentarsi a intervalli sempre più ravvicinati.

Non tutte le estati saranno necessariamente come quella del 2026, ma il rischio di episodi ancora più estremi esiste. Anche nello scenario migliore, secondo l’esperto, un’eventuale drastica riduzione delle emissioni climalteranti non produrrebbe effetti immediati: «Ci vorrebbero 20 o 30 anni prima che le cose si muovano in senso contrario».

Pioggia, neve e ghiacciai

Un altro elemento da non trascurare riguarda le precipitazioni. Nonostante non ci sia una tendenza annuale a una loro diminuzione, il problema è rappresentato dalla distribuzione sempre più irregolare e dalla difficoltà di gestire gli eventi intensi.

«Bisogna potenziare la rete idrica e i bacini di accumulo», spiega Gelfi, sottolineando anche l’importanza dello zero termico. Con temperature così elevate in quota, infatti, una parte maggiore delle precipitazioni cade sotto forma di pioggia anziché neve, riducendo l’accumulo che tradizionalmente alimentava i corsi d’acqua nei mesi successivi.

Anche i ghiacciai sono destinati a ridursi ulteriormente. Secondo l’esperto, quelli situati al di sotto dei 3.500 metri potrebbero scomparire nel giro di pochi anni, con una conseguente perdita di una fonte naturale di alimentazione idrica.

Il cambiamento, conclude Gelfi, riguarda ormai tutte le stagioni. «Dal 2012 c’è stato un cambiamento che nessuno si aspettava accelerasse così tanto», osserva, con una tendenza strutturale verso temperature sempre più elevate.