Con “La mia faccia birichina”, la rocker Pia Tuccitto cambia registro senza perdere la propria identità. Il nuovo singolo, realizzato insieme a Sismica, si presenta come un brano giocoso, ironico e volutamente leggero, capace di mostrare una sfumatura meno abituale della rocker.

Fin dal titolo, il pezzo sembra voler mettere da parte qualsiasi atteggiamento costruito. Qui non c’è bisogno di drammatizzare i sentimenti o di trasformare ogni emozione in tormento: Tuccitto sceglie piuttosto di raccontare il lato divertente dell’attrazione, la complicità, la seduzione e quella componente istintiva che appartiene anche alle relazioni più autentiche.

La presenza di Sismica, ovvero Andrea e Davide Violati Tescari, contribuisce a rendere il brano dinamico e scanzonato. Il risultato è una canzone che punta sulla spontaneità e che trova un equilibrio tra energia e ironia. “La mia faccia birichina” non cerca di stupire attraverso artifici particolari: la sua forza sta soprattutto nell’atteggiamento con cui Pia Tuccitto decide di affrontare il brano.

Foto a cura di Luca Penna. 

Pia, partiamo dal titolo: ironia, complicità e un pizzico di provocazione. Come nasce questo brano e quale aspetto della tua personalità racconta?

I Sismica, Andrea e Davide, sono due fratelli cantautori e speaker radiofonici padovani. Un giorno Andrea mi mandò una canzone, raccontandomi che Davide l’aveva sognata e che, in qualche modo, era destinata a me. L’idea mi piacque subito: scrissi il testo e aggiunsi anche una parte della musica. Così è nata La mia faccia birichina. Sono una persona ironica e mi sveglio sempre con il sorriso. Mi piace prendere la vita così com’è, senza complicarla troppo!

In un momento in cui sembra esserci sempre la necessità di mostrarsi seri e perfetti, tu scegli la leggerezza e l’ironia: quanto è importante, oggi, concedersi il lusso di essere semplicemente se stessi?

Non vedo tutta questa serietà; forse parlerei piuttosto di falsità e apparenza. Io sono libera da ogni vincolo e credo che ogni persona dovrebbe esserlo. Però c’è sempre un però… Per essere davvero se stessi ci vuole coraggio, e credo che la maggior parte delle persone che ho incontrato non ne abbia abbastanza.

C’è una dimensione più libera, spontanea e autentica in questo nuovo progetto: è un atteggiamento che hai sempre avuto oppure è qualcosa che hai imparato a conquistare con il tempo?

Sono andata d’istinto. Avevo voglia di tirare fuori dal cassetto alcune vecchie canzoni e di riarrangiarle, e l’ho fatto con una maturità diversa rispetto a quando le avevo vestite musicalmente la prima volta. I testi e le melodie, però, sono rimasti gli stessi.

Sono sempre stata una sognatrice e, in questo album — di cui avete ascoltato solo una parte — ho voluto lasciare emergere proprio questo lato di me. Il tempo aiuta a crescere e a trovare nuovi stimoli, e la musica è uno strumento bellissimo per farlo.

Quanto c’è di autobiografico in questa faccia da birichina e quanto, invece, è un invito rivolto a chi ascolta a non prendersi troppo sul serio?

Io sono birichina, soprattutto quando posso esserlo in complicità con la persona che amo! Le canzoni, poi, servono anche ad aiutare le persone a riconoscersi in ciò che ascoltano. Chi scrive ha una grande responsabilità!

Il singolo ti vede al fianco dei Sismica: come è nata questa collaborazione e che cosa vi ha fatto incontrare artisticamente?

Con Andrea e Davide, cioè i Sismica, siamo amici da molto tempo. Li ho conosciuti nei primi anni Duemila, quando facevo da supporter a Vasco Rossi. Erano sottopalco e io, ogni volta che finivo le mie esibizioni, andavo sempre da loro. È nata subito una simpatia a pelle, che si è trasformata in una bellissima amicizia. Mi hanno seguita negli anni, anche durante i miei live. La musica unisce le persone, ed è quello che è successo con noi. Io sono rock, loro sono pop, eppure è nata una collaborazione davvero bella. Sono ragazzi fantastici anche dal punto di vista musicale e fanno tantissimi live. Non potrei essere più felice di questo incontro!

Nel tuo percorso sono state interpretate tue canzoni da artisti come Patty Pravo, Irene Grandi e Vasco Rossi: che cosa cambia quando scrivi per te stessa rispetto a quando una canzone è destinata a un altro interprete?

Negli anni Novanta non esistevano i cellulari come oggi e io cantavo già le mie canzoni durante i live. Dal 1993, dopo Castrocaro, fino al 2009 ho lavorato nel team di Vasco Rossi. È stato lui a produrre i miei primi due album, Un segreto che e Urlo, ed è attraverso questo percorso, sono nate le collaborazioni con Patty Pravo e Irene Grandi. 

Lavorare a stretto contatto con artisti così diversi ti ha permesso di esplorare mondi musicali differenti: quali insegnamenti di queste esperienze ritrovi oggi nel tuo modo di scrivere e interpretare le tue canzoni?

In realtà, sono stati loro a entrare nel mio mondo! Come ti dicevo, quelle canzoni le cantavo già ai miei concerti. Con Patty Pravo ho avuto un rapporto intenso, lavorando in studio per molti mesi. Con Irene Grandi, invece, ci sono state alcune occasioni di lavoro in studio e anche esperienze dal vivo in televisione. Con Vasco ho condiviso quindici anni di percorso, di cui otto come supporter, partecipando anche a tre edizioni dell’Heineken Jammin’ Festival. Ho avuto la possibilità di vivere la musica da vicino, di conoscere tante persone e tanti produttori con cui collaboro ancora oggi, come Frank Nemola. Sono esperienze che ti lasciano tanto e che continuano ad accompagnarti nel tempo.

Il rock è un genere musicale, ma anche un’attitudine e un modo di stare al mondo: quanto è cambiato il tuo rapporto con questa dimensione nel corso degli anni?

Non è cambiato, perché io non sono cambiata. In questo momento storico, per me il rock significa libertà!