In Tu volevi solo ardere. Lettera ad Alejandra Pizarnik, pubblicato da Les Flâneurs Edizioni, la scrittrice Ilaria Palomba si confronta con la vita e l'opera della poetessa argentina, scegliendo una prospettiva narrativa che intreccia letteratura, filosofia e indagine psicologica.

A prendere la parola è l'Ombra di Pizarnik, presenza simbolica che ne attraversa le inquietudini, i desideri, le relazioni e il legame assoluto con la scrittura. Una voce che conduce il lettore nei territori più profondi della coscienza, restituendo la complessità di una figura per la quale la ricerca della parola ha rappresentato una ragione di vita, ma anche un incessante confronto con i propri limiti.

Palomba sceglie, tuttavia, di non ricondurre la poetessa alla sola dimensione della sofferenza, né di rileggere la sua esistenza esclusivamente alla luce dell'epilogo tragico. A emergere sono anche la forza creativa, il desiderio di appartenenza, le contraddizioni e la tensione verso un assoluto che continuamente sfugge a ogni definizione. La lettera immaginaria si trasforma così in uno spazio di dialogo tra due sensibilità poetiche, nel tentativo di avvicinarsi all'esperienza umana e letteraria di Pizarnik senza cristallizzarla in un personaggio distante, prigioniero del proprio mito.


Perché ha scelto di scrivere una lettera immaginaria ad Alejandra Pizarnik?

L’immaginazione mi ha portato a scrivere una lettera da parte dell’Ombra di Alejandra da lei più volte evocata nelle sue poesie: “attento a me amore mio/attento alla silenziosa nel deserto/alla viaggiatrice con il bicchiere vuoto/e all’ombra della sua ombra”. Ho vissuto questo libro nel corso delle varie stesure come un dialogo non come una biografia, nel passaggio dalla terza alla seconda persona mi è sembrato di aver raggiunto un’intimità fortissima con lei. Perché proprio Alejandra Pizarnik? Perché è stata a lungo un mito per me, ho sempre provato una fascinazione per lei, leggendola, come sempre accade quando si legge grande poesia, ho ritrovato delle parti di me sommerse. Credo sia così anche per Mariella Soldo che le ha dedicato il racconto La migliore delle solitudini.

Che cosa l’ha colpita maggiormente della vita e dell’opera di Pizarnik?

La sua rivolta contro ogni dogma, la fascinazione per il notturno e l’ossessione per la morte, la sua potenza espressiva, la sua dedizione totale alla poesia, l’aspetto magico esoterico cabalistico che ritroviamo in Albero di Diana e Estrazione della pietra di follia, l’eros vissuto come necessità vitale, il contrasto fortissimo e insieme la coincidenza tra un’esistenza che fa dell’eros il suo centro, e un’ossessione così profonda per la morte, quasi fosse quest’ultima una salvezza o il compimento di un anelito assoluto.

Che rapporto esiste tra identità e scrittura?

L’identità si perde scrivendo, si assume di volta in volta un’identità altra, il personaggio che facciamo di noi, come in uno specchio, prende possesso della nostra vita. Così accadde ad Alejandra, che si chiamava Flora, ma divenne Alejandra scrivendo di sé e perdendo ogni sé, per cui raggiunse un orizzonte universale in cui scavando dentro se stessa ha trovato archetipi e non più se stessa. Scrivendo nella forma della conoscenza di sé il sé si dissolve.

Scrivere può diventare una forma di salvezza?

Salva gli altri, non se stessi. Scrivere consuma, brucia e consuma. Tutto ciò che abbiamo sacrificato scrivendo resta sacrificio e non torna. Se una persona che ha fatto parte della nostra vita diventa un personaggio letterario non la riavremo mai indietro in quanto persona. La scrittura non è un atto narcisistico, e anche quando sempre esserlo, è un sacrificio di sé, va maneggiata con estrema attenzione. Chi legge apprende qualcosa senza averla dovuta esperire, nella lettura vi è una mediazione che nella scrittura non sempre c’è. È piuttosto un amplesso tra abissi.

Che cosa vorrebbe che i lettori scoprissero di Pizarnik attraverso il suo libro?

La divaricazione tra io persona e scrittura.