Monza, frode fiscale da 50 milioni di euro: chieste pene fino a quasi nove anni
Al centro dell’inchiesta una presunta rete di false fatturazioni nel settore dei servizi alle imprese. Tra gli imputati anche due fratelli r...
Al centro dell’inchiesta una presunta rete di false fatturazioni nel settore dei servizi alle imprese. Tra gli imputati anche due fratelli ritenuti legati alla ’ndrangheta e un ex dirigente della Candy. Sentenza attesa a novembre.
Pene fino a quasi nove anni di reclusione sono state chieste nell’ambito di un’inchiesta su una presunta frode fiscale nel settore dei servizi alle imprese, basata su un sistema di false fatturazioni per un valore complessivo di 50 milioni di euro.
La requisitoria è stata pronunciata dal pubblico ministero Carlo Cinque davanti al giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Monza, Andrea Guadagnino. Tra gli imputati figurano due fratelli appartenenti alla famiglia Giacobbe, ritenuta dagli inquirenti legata alla cosca dei Piromalli di Gioia Tauro e ai vertici del locale di ’ndrangheta di Agrate-Pessano con Bornago. I due sono già detenuti per associazione di stampo mafioso.
Nel procedimento è coinvolto anche un ex dirigente della Candy di Brugherio, accusato di corruzione tra privati. Una quindicina di imputati ha chiesto di essere giudicata con il rito abbreviato, mentre l’ex dirigente e altri indagati avrebbero richiesto la messa alla prova, secondo quanto previsto per le rispettive posizioni processuali.
La rete di società e le false fatturazioni
Secondo la ricostruzione della Guardia di finanza, l’organizzazione avrebbe utilizzato una rete di imprese, alcune delle quali ritenute fittizie o comunque funzionali al sistema, per movimentare denaro e riciclare proventi illeciti.
Al centro delle indagini ci sarebbe una società brianzola attiva nel settore degli imballaggi. L’inchiesta, emersa nel 2023, avrebbe permesso di ricostruire il coinvolgimento di nove persone e di 18 società, attraverso le quali sarebbero stati veicolati flussi finanziari illeciti.
Diversi soggetti avrebbero messo a disposizione i propri nomi per figurare formalmente come referenti delle imprese coinvolte, consentendo il trasferimento delle somme sui conti correnti e il successivo prelievo del denaro.
Manodopera a basso costo e appalti non genuini
Il sistema avrebbe coinvolto aziende attive in diversi comparti, dalla logistica ai trasporti, dai servizi di pulizia alla sicurezza. Attraverso l’emissione di fatture false per circa 50 milioni di euro e il mancato versamento dei contributi previdenziali, le imprese avrebbero potuto offrire ai clienti manodopera a prezzi nettamente inferiori a quelli di mercato.
Secondo l’ipotesi investigativa, il meccanismo si sarebbe basato su contratti di appalto non genuini, utilizzati per realizzare una forma di somministrazione illecita di personale e alterare la concorrenza nel settore dei servizi alle imprese.
Il procedimento proseguirà a novembre, quando è attesa la sentenza per le posizioni sottoposte al rito abbreviato. Le contestazioni restano al vaglio dell’autorità giudiziaria e le responsabilità individuali dovranno essere accertate nelle sedi competenti.